Alternòs

Il progetto ALTERNÒS, l’ “Altro Noi”, già nel nome sottolinea l’identità multipla, o

se si vuole un’identità con anime diverse.

Il viaggio del gruppo è iniziato quasi 15 anni fa, quando Sergio Giacobello, il bassista,

ha invitato Daniele Caria, che canta e suona il piano, poi Paolo Loi, il chitarrista, e Gigi

Sanna, il batterista, a salire su questo treno, per riesplorare il terreno della musica

country, musica di campagna, acustica, semplice, essenziale, duratura, meno

vulnerabile al passaggio del tempo e alle sue tendenze.

Tutti e quattro i musicisti cagliaritani (Sergio Giacobello d’adozione) con esperienze

precedenti diverse e con un lavoro diverso, ma con una malattia comune, cronica,

contratta da molto tempo, che li aveva portati fino ad allora ad esplorare i territori

musicali altrui del rock, del blues e della musica d’autore.

Quando sono partiti, le prime vie percorse sono state quelle dei maestri del country,

Dylan, Springsteen, Clapton, ma anche mc Cartney e Ry Cooder.

Poi hanno cominciato a cercare un percorso originale, sempre lungo quelle strade,

come già avevano fatto alcuni autori italiani, da Edoardo Bennato a Piero Marras, che

li avevano cresciuti ed educati alla musica.

Gli ALTERNÒS liberano la loro seconda anima nella musica dalla dimensione

“istituzionale” della prima, senza rinnegarla, ma anzi attingendo da quelle esperienze i

punti di osservazione per le storie raccontate nelle canzoni, mischiandole con sonorità

country d’autore. Storie minime, figure, esperienze di vita, legate alla dimensione

urbana dei quartieri popolari e di quelli borghesi di una città di mare.

È chiaro che quando si è, o si ha, un ALTERNÒS, una delle due anime invade il campo

dell’altra, e si mischiano i confini. Così una vicenda vissuta, vera, si travasa

nella musica.

E spesso la narrazione degli ALTERNÒS attinge dalle storie dei libri di autori sardi di

varia estrazione, rielaborandole, ed adattandole al linguaggio musicale.

E’ quello che accade con i brani “Indifferente”, figlio (illegittimo) del famoso scritto

gramsciano del secolo scorso, o con “La Vela latina”, composto a quattro mani con

l’avvocato-scrittore Roberto Delogu, tratto dal suo romanzo “L’anno di vento e di

sabbia” .

Altre volte prendono vita canzoni derivate da altre forme letterarie come le sentenze,

come “Il Verdetto”, o “Tamanera” (tragica l’una, tragicomica l’altra) dove la pratica

giudiziaria nuorese e quella cagliaritana mostrano la loro diversa natura, e le loro

contraddizioni, anch’esse espressioni dell’identità plurale.

Il brano che dà il titolo al disco del ALTERNÒS, “Dovevo nascere pesce”, è

liberamente ispirato al romanzo “Bellas Mariposas” di Sergio Atzeni, pubblicato

postumo, ed è quello che forse meglio di tutti rappresenta il progetto.

Il linguaggio gergale dei giovani dei quartieri periferici, ottenuto dalla miscelazione

delle lingue, l’italiano e il sardo, che coabitano nel racconto, confondono le due identità

in una sola, che risulta sorprendentemente comprensibile anche ai “forestieri”. Il suono

delle parole infatti consente di avvicinarsi al significato anche a coloro che non

appartengono a quel contesto sociale, e riporta a casa chi, invece, pur senza parlarlo

correntemente, lo sente come proprio.

La storia raccontata dal grande scrittore cagliaritano, senza punteggiatura, in maniera

diretta, quasi brutale ma non tragica, sulla vita nei disgraziati quartieri “casteddai”,

lascia comunque una speranza, come un tuffo nel mare del Poetto per sentirsi meglio.

“Dovevo nascere pesce”, ossia, almeno una volta, l’essere altrove o essere

qualcos’altro.

Più che un rimpianto, una propensione al sogno, alla forza dell’immaginazione, al

viaggio liberatorio, antidoti creativi all’inadeguatezza dell’humus circostante e forse

anche una delle possibili chiavi di lettura di questa “opera prima” degli ALTERNÒS.